FRANCESCO DI GREGORIO


-


PROJECTS


INFO


CONTACT


LINKS


-


one house 


one city


one territory


-


one text


-


NEWS


-


“Problemi periferici”


-




























-


Imprescindibile una lettura oggettiva, due entità, un centro ed un’area ad esso attigua che lo circonda.

Esse si differenziano pur essendo parte di un unicum.

La città s’individuava e distaccava dal territorio per mezzo di un confine netto, le mura.


Vero è che sin dal principio usava addossarvi costruzioni di fortuna che via via diventavano sempre più organizzate e solide perdendo cioè il carattere provvisorio di non appartenenza alla città.

Tale consuetudine apparentemente inficia una netta distinzione tra città e territorio circostante o meglio nega la netta funzione di limite costruito delle mura.

Già a partire dalla fine del XVI secolo con la nascita dello stato le mura perdono la loro funzione difensiva e di delimitazione territoriale; con il loro abbattimento la città perde il suo limite sottostando a una nuova suddivisione territoriale definita dal confine, in cui lo stato è sovrano e regolatore di quegli spazi.

Inizia cosi un processo di trasformazione dei limiti tra città e territorio ad essa connesso che non porta alla sua scomparsa, ma ne aumenta la complessità nella sua individuazione fisica.

Nel corso dei secoli la città diventa sempre più un centro volto a sviluppare la massima efficienza in termini tecnologici, sanitari e sociali in cui il processo è incentivato dallo stato al fine di controllare le singole entità cittadine.

L’estremizzazione di questa ricerca alla massima funzionalità tecnologica e produttiva, porterà  alla nascita della metropoli,  luogo e terra degli uomini.

Quali sono oggi le “nostre” mura ?

La città sta mutando in modo radicale proprio sotto l’effetto di spinte antitetiche centrifughe da un lato e centripete dall’altro.

Un nuovo sistema nel quale si assiste alla suburbanizazione del territorio, il sistema città si dilata in virtù della colonizzazione e appropriazione interessata dei territori di vita in cui il pubblico interesse non gestisce le capacità di quello privato ma lo spappola in entità periferiche satellitari.

La nuova città abbandona i vecchi confini fisici e forma delle strutture reticolari al suo interno; addirittura gli sradica da qualsiasi punto definito.

Meglio sarebbe se nonostante una sua forte connotazione geografica fosse in grado di relazionarsi attraverso quella rete connettiva generata dal mondo dei fuissi capace di spostarci restando.

Un’indispensabile connotazione geografica, perché capace di imprimere un carattere definito, storico e caratterizzante per la sua identificazione.

Vediamo come la suburbanizazione,  cioè la progressiva appropriazione del territori,  non si sviluppi come un’esplosione del nucleo centrale ma come una proliferazione di entità urbane.

Proponiamo di leggere tale fenomeno all’intero di un ambito più specifico e in qualche modo emblematico delle problematiche delle metropoli moderne, le periferie.

Sentiamo le aree periferiche della città come l’espressione d’entità urbane incapaci di elevarsi a quei caratteri in cui l’individuo che le vive si possa identificare come elemento di un unico organismo.

In questa prospettiva le “nostre” periferie possono essere definite come sistemi locali complessi, risultato del sovrapporsi di un insieme multidimensionale di elementi legati all’ambiente naturale, costruito e antropico, caratterizate da una condizione di penalizzazione funzionale e qualitativa oltre che dalla scarsa capacità reattiva e dalle limitate possibilità di apprendimento perché negate da un sistema pubblico, da un nucleo, incapace di adempiere alla sua stessa natura.

La problematicità dei quartieri periferici non riguarda solamente la scarsa qualità dell’ambiente costruito, ma ha a che vedere con l’intersecarsi di dinamiche di esclusione abitativa e sociale. L’isolamento e la monofunzionalità hanno favorito l’imporsi di uno spazio urbano debole nel quale si sono inseriti fenomeni di concetrazione del disagio economico e socio-relazionale.

Questa marginalità fisica e territoriale è sottolineata dalla presenza di aree interstiziali, “isole” comprese nel tessuto più compatto della città in cui gli svantaggi sembrano concentrarsi e moltiplicarsi e in cui il non-luogo è il parcheggio scambiatore di un flusso inceppato.

Guardando alla territorializzazione dei quartieri periferici, l’iscriverci nello spazio è componente stessa del problema, oltre che sua manifestazione poiché lo spazio, con le sue caratteristiche, influisce sui comportamenti e sull’esperienza degli abitanti.

In una città ad esempio come Milano che vede costantemente diminuire il numero dei suoi residenti, il ruolo dell’attore pubblico dovrebbe diventare sempre più rilevante per garantire una maggiore vivibilità urbana.

Ma quando il mercato è un’arma con cui generare nuovi spazi e non un mezzo da sfruttare, è inevitabile che le traiettorie di generazione della città in espansione, si fondino su interventi che ignorano i criteri di equità sociale .

Questi processi d’inurbamento hanno favorito la compresenza di soggetti molto diversi tra loro.

Soggetti diversi per esperienze, storie, tradizioni, bisogni, ma anche per comportamenti tempi e usi dello spazio urbano oltre che di diverse aspettative nei confronti della città stessa.

Lo spazio urbano contemporaneo sembra così diventare sempre più inadeguato a rispondere alla nuova domanda di città, ed è qui, che forse vanno collocati i sentimenti di paura e d’insicurezza espressi dai territori periferici.

Tuttavia altre ragioni maggiormente legate alle criticità proprie di questi quartieri sembrano giocare il ruolo centrale.

L’avanzare di questa eterogeneità tende a scardinare e “sconvolgere” quel sistema unitario di parametri e regole che caratterizzavano l’uso nella citta nell’immediato dopoguerra e che oggi rimangono come persistenze troppo consolidate, forse limitanti.

Se a livello centrale i problemi maggiormente sentiti dai residenti sembrano riguardare soprattutto tematiche connesse alla qualità della vita sotto il profilo ambientale (inquinamento, traffico ecc..) nelle aree più problematiche della città è il tema della sicurezza a occupare il primo posto tra le preoccupazioni degli abitanti, problematiche che anche vanno ad acuire il disagio di aree già di per se afflitte da problemi di ordine fisico e sociale.

Fino ad oggi si è favorita la concentrazione del malessere, unita alla scarsa dotazione di risorse dei quartieri periferici  autogeneratrici dell’esclusione sociale.

Un ulteriore inportante riflessione riguarda proprio quest’ auto-percezione della propria condizione di povertà e disagio. Si vuole in qualche modo dire che nelle periferie i soggetti vivono una condizione particolarmente negativa di insicurezza e precarietà, in qualche modo di pessimismo sul proprio status.

Pensiamo al caso delle Banlieu francesi dove i problemi di natura integrativa sono forse da soli la chiave di lettura per luoghi concepiti malamente nel senso letterario del termine concepire ed espressioni di un’ottica di posizionamento sui limiti e di concentramento sconnesso, in cui gli abitanti sono vittime e carnefici del sistema che gli è stato messo a disposizione.

L’identificazione negativa che il soggetto deve ogni volta superare, instaura così un circolo vizioso tra marginalità sociale, visibilità del disagio e ostilità del resto della città. Vi è una sorta di autoconvincimento del senso di negativa appartenenza che risulta essere oggi incancrenato su se stesso perché capace di autogenerarsi.

Vi sono alcuni condizioni che acuiscono questo concetto di auto-percezione negativa degli individui.

Ad esempio i dati rilevano come il possesso della casa garantisce una maggior identificazione del luogo abitato, evitando quell’auto-rappresentzione della propria famiglia come povera.  Al contrario gli indicatori di povertà soggettiva aumentano considerevolmente per famiglie in affitto, ancor più per famiglie in affitto pubblico; e ciò è tanto più vero man mano che dai quartieri semi-centrali ,in cui la vicinanza al nucleo è ancora un elmento simbolico rassicurante, ci si sposta verso quelli più esterni.

La fragilità e vulnerabilità dei quartieri periferici sono espresse dalle caratteristiche del vivere in queste aree e amplificate dalle sensazioni di solitudine e isolamento  spesso facilmente associate a percezioni negative nei confronti dell’ambiente circostante.

Vivendo in quartieri di edilizia residenziale pubblica, specialmente i più degradati dal punto di vista strutturale e con le maggiori concentrazione di marginalità sociale, si accresce il senso di disagio anche di chi, dal punto di vista oggettivo, non viene identificato come “povero”.

Viva è in questi quartieri la percezione di assenza di responsabilità e senso civico nei confronti del bene comune ma altrettanto viva è la percezione di un’altra assenza: quella della mano pubblica e delle istituzioni.

Lo spazio prossimo, lo spazio pubblico dove si dovrebbe costruire la mediazone  individuale-collettivo, se-altri evidenzia un’ulteriore difficoltà nel convivere questa idea di “bene comune”

Ma paradossalmente anche in isole autonome dove lo standard abitativo risulta più alto da un punto di vista economico o apparentemente ha la pretesa di esserlo, si riscontra una nascita nel territorio priva di unità col tutto, aree non generate da chiari criteri di equità sociale;  prive di caratteristica funzionali che le permettano di interagire all’interno delle dinamiche dell’intero organismo cittadino.

Si palesa così un’incapacità di definire spazi resideziali, vuoti, strutture in connessione fra loro , in grado di dialogare con l’insieme e di interagire direttamente.

Realtà in cui l’appropriazione della nuova urbanizazione è capace invece di generare realtà suburbane svincolate dalle problematiche sopra descritte permetterebbe (?) un’appropriazione fertile dello spazio.

Francesca Zajczyk dice:  “Il degrado materiale delle abitazioni, il disinteresse nella destinazone d’uso dello spazio pubblico l’incuria nella manutenzione degli arredi urbani e, più in generale, dell’ambiente fisico non soltanto rappresentano segnali di “inciviltà” da parte degli altri residenti ma divengono simbolo della lontananza delle istituzioni”.

Mentre Tiziana Villani arriva a richiamare una pratica che affonda le proprie origini nelle culture tribali, il tatuaggio, come espressione di nuove forme di appartenenza, nuove creazioni di legami neo-tribali connessi a pratiche linguistiche e di redefinizione del territorio non paragonabili se non per banale associazione ai riti del passato.

A una simile situazione di crisi non può che corrispondere il timore di una lacerazione i cui esiti sono comunque percepiti come imprevedibili. Il tatuaggio inteso in seno lato, diviene la cifra scritta sul luogo; segno visuale di questa frattura.

La suburbanità problematica porta così a questa pratica di tatuazione, di marcazione di un muro come di un corpo espressione del desiderio di significarlo di nuovo.

Indicargli cioè un’appartenenza che mostra la necessità di prendersi cura degli infiniti sradicamenti che lo hanno prodotto.

Se le metropoli si allargano, unendosi dal punto di vista urbano e intrecciano i loro tessuti ma allo stesso tempo conservano la loro identità nei nuclei storici, vi potrà (?) essere un organizzazione funzionale supportata dalle tecnologie di comunicazione avanzata che ci permetteranno attraverso la straordinaria capacità di elaborazione dell’informazioni e la loro distribuzione attraverso i networks di colmare le distanze e il limite spazio-temporale.

Nella scala globale, come nella scala particolare

Un’organismo che anela al raggiungimento della massima fruibilità e fluidità ove l’obbietivo primario è il raggiungimento della massima efficienza e in cui l’uomo ne alimenta il motore, non è più un insediamento ma diviene semplicemente paesaggio, attraversamento, crocevia di traffici e flussi

Enzo Rullani scrive: ”Il costruttore della trama, che anima questo spazio non vive all’interno di un solo luogo ma nel flusso che connete e differenzia i diversi luoghi. Si è liberato dalla storia che lo legava a un solo luogo ma non vuole arrendersi alla tecnica priva di storia che lo condanerebbe a una mobiltà senza nomi, senza orizzonti”.


…e polverizziamo le mura.


-


Year:

2007


Author:

Francesco Di Gregorio - Natale Pick Dei


-